IL PELLIGRINAGGIO DELLA MEMORIA

La strada per Ouidah è sempre quella: rossa come il sole africano, dritta, polverosa, a tratti scandita da “toles ondulée”, che ormai ci sono diventati familiari, anche se la macchina soffre non poco le sollecitazioni di questa pista e dei suoi tratti di “strada ondulata”. La signora che vende il cocco è sempre lei. Ci fermiamo. Una montagna di bucce di cocco pulito dinanzi alla sua capanna che dà sulla strada. Vende anche bottiglie di benzina, si arrangia come può, deve campare! Ci accoglie con il solito sorriso, maneggiando con destrezza un enorme machete con il quale pulisce la parte superiore del cocco, vi apre un foro e ce lo offre: “s’il vous plaît boire aussi” prego bevete pure. Un succo chiaro quasi fosse acqua, ma straordinariamente dolce che ci disseta non poco dopo due ore di macchina.

Sullo sfondo già intravediamo la spiaggia dove ci attende la “Porta del non Ritorno”. Si ferma anche una giovane mamma, credo appena diciottenne, con la sua bebè, una bimba di poche settimane che porta sulla schiena e che tenta di coprire dal sole cocente. Il termometro fa registrare 36 grandi all’ombra con il 90% di umidità. Se ne percepiscono più di quaranta! Le chiediamo se vuole un passaggio, ma lei, sorridente, ci ringrazia e ci dice che è quasi arrivata a casa.

In Italia infuria la polemica sul vincitore del  69° Festival di Sanremo, noi leggiamo in machina un articolo di Goffredo Buccini che ci sintetizza l’ultimo rapporto firmato da due organismi dell’Onu: l’Alto commissariato per i diritti umani (Unhcr) e la Missione di supporto in Libia (Unsmil). Si chiama Desperate and dangerous: report on the human situation of migrants and refugees in Lybia, e consta di 1.300 interviste di prima mano raccolte tra gennaio 2017 e agosto 2018 nelle visite di 11 centri di detenzione. L’articolo di Buccini, dal quale liberamente traggo notizie dal report ONU, mette in evidenza il paradosso contenuto nel rapporto: mentre da una parte evidenzia il massacro quotidiano di migranti che avviene in Libia, dall’altra “confessa un’inanità nel contrastarli che alla fine potrebbe diventare vergogna”. Ad essere massacrati non è una singola etnia per motivi religiosi od altro, ma intere popolazioni provenienti da diversi Paesi dell’Africa, che hanno in comune oltre il colore della pelle, anche il fatto che tentano di fuggire dall’Africa, per fame, guerre, malattie, mancanza di lavoro. Ciò che accade in Libia, sotto gli occhi distratti dell’Europa, non ha proprio nulla da invidiare ad un film dell’orrore, quelli più macabri che non fanno dormire la notte: stupri seriali e di gruppo su donne anche incinte o su mamme che allattano, bambini massacrati davanti ai genitori, ragazzi seviziati a morte in collegamento video con i parenti che devono pagarne la liberazione, schiavismo, lavori forzati, celle da centinaia di posti senza una latrina, denutrizione, bruciature con ferri roventi, cavi elettrici ai genitali, unghie strappate. Tutto questo, purtroppo, non è un film, ma pura, inumana, drammatica realtà. Emerge dalle pagine insanguinate del dossier da quelle parole di un ragazzo di 14 anni che scappa prima da un mattatoio della Somalia e poi finisce nei lager libici di Kufra, insomma dalla padella alla brace: “che tu sia un rifugiato o un migrante, in Libia sei sempre spaventato. Devi dormire con un occhio aperto. Vieni venduto da un trafficante all’altro”. Poche parole da merce umana, così efficaci da finire in cima a un capitolo del dossier, il quinto, «Viaggio dall’inferno». All’interno della nostra auto lo sdegno è unanime. Alla fine giungiamo alla stessa conclusione: il mondo non è cambiato e gli schiavi da Ouidah si sono spostati altrove. Ma che importa tanto c’è il Festival con le sue canzoni e le polemiche che tengono banco su ogni dove, soprattutto sui Social. Arriviamo finalmente sulla spiaggia dove campeggia la “Porta del non Ritorno”, l’enorme monumento che ricorda la tratta degli schiavi. Ci sono diversi Yovo o Muzungu, come ci chiamano in Kenia “uomo bianco”, come noi. Scopriamo con sorpresa che sono tedeschi e capiamo anche il perché: la Germania, nel 1999 ha costruito la “Place de la Chacha” nel cui centro è custodito l’albero della dimenticanza dove per secoli venivano condotti gli schiavi in catene e venduti per un niente, una pipa, una bottiglia di whisky, un cannone.

Prima di essere imbarcati venivano rinchiusi in centinaia in delle stanze buie per tre mesi, quanto durava, giorno più, giorno meno, la traversata. In Libia oggi accadono le stesse atrocità, Bani Whalid, Sabha, Kufra, Buraq al Shati, Shwerif, Sabratah sono campi di sterminio altro che centri di raccolta! Vengono gestiti da kapò di cui si conoscono persino i nomi e i nomignoli, famigerati tra le loro vittime. Le aste degli schiavi furono documentate dalla Cnn in uno sconvolgente servizio nel novembre 2017, ma anche da un reportage del nostro Amedeo Ricucci dal titolo “l’Imbroglio” trasmesso sempre nel 2017. Le prigioni «alternative» sono hangar o cantine da 700 o 800 anime stese le une sulle altre, donne e uomini in totale promiscuità: niente acqua né luce. «A Shwerif ti sparano in una gamba e ti lasciano dissanguare se non paghi. Per spingerci a pagare hanno picchiato mio figlio di 5 anni con una spranga sulla testa», narra un profugo del Darfur. I miliziani camminano sul ventre di donne incinte. Una tra mille racconta: «Vengo dall’Eritrea, sono entrata in Libia a gennaio 2017, sono stata rapita tre volte e portata ad Al Shatti, Bani Walid e al-Khoms. Lì eravamo 200 in una stanza». Ora le mie orme si confondono sulla terra rossa con quella di tanti altri pellegrini delle memoria di Ouidah. Cerco di muovere con attenzione i passi e metterli esattamente sulle orme di altri passanti. Per qualche istante sono attratto dall’idea che le orme che calpesto siano quelle di milioni di schiavi che qui hanno lasciato questa terra meravigliosa e non sono più tornati. La realtà, ahimè, è ben diversa, a chi volete che importi se in Libia si ripete lo scempiò di Ouidah. In fondo a noi basta il Festival, il campionato… ed al grido “prima gli italiani” smantelliamo pezzo per pezzo questa Unione europea governata dalle banche.

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